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giovedì 15 giugno 2023

Leuternia. Cronica di una Gigantomachia del nostro tempo infelice

Dopo gli scontri ai laghi Limeni, soffocata nel sangue la rivolta popolare, il conte Patruno proclama tre giorni di festa per celebrare la vittoria e il fidanzamento di Sofia e Porfirio. Intanto nella spezieria di Medardo Greco si trama per il boicottaggio dei festeggiamenti. La cerimonia ufficiale e il pranzo a corte. Il disinteresse popolare deprime e irrita il conte e i suoi ospiti. 

                      Corteo nuziale  (Particolare del Cassone Adimari dipinto da Giovanni di ser Giovanni, detto Lo Scheggia, fratello del Masaccio) 

 Capitolo ventesimo

 L’urtimu attu se tinne intra allu castiddhru de Leuternia tuttu ‘mbandieratu pe’ la festa de a zzitulanza de Sufia cu lu Purfiriu Giacanti. A Leuternia nunn’era ‘mbamndieratu sulu lu castiddhru ma tutta la cittade pe’ lu fattu ca u conte tinia nnu cranne disideriu (nu dittu e puru fastitiusu) de festeggiare a vittoria a scapitu de lu desiteriu de libertate de lu populinu, puru ca sapia cu nunn’era nna cosa de fare.

La rivoluzione decapitata non si riebbe dalla sconfitta. I tentativi di rianimarla sull’onda dell’inquietudine popolare accesa dal persistente evento sulfureo durarono il breve volgere di una stagione eroica. Nelle principali città della contea, nei borghi e nei casali, le assemblee dei capifamiglia tentarono il ripristino delle antiche guarentigie e animarono una sedizione tributaria sospendendo il pagamento delle tasse e l’erogazione delle corvè: invano, purtroppo.

mercoledì 19 aprile 2023

Leuternia. Cronica di una Gigantomachia del nostro tempo infelice

La rivolta contro i Patruno continua con l’aiuto di Alcide liberato dall’interessato abbraccio di Teo. Il capitolo sviluppa il tema delle libertà che anima i tre condottieri della rivolta e lo pone in relazione con la precaria situazione in cui si barcamenano l’Italia e il suo popolo.

Capitolo diciassettesimo

 De quannu nascera erane sempre stati hommini libberi e mai n’hiane ‘ntisa caristìa. A libertate ete comu l’aria, la rispiri e nu te mancu ‘ncorgi ca te serve: te ne ‘ncorgi sulu quannu te manca se cuarchedunu te stringe nnu cacchiu ‘ncanna, o se te manca lu rispiru percè a mare spunnatu si scisu mutu ‘nfunnu. Cusì ete puru pe’ la libertate: nu te ne curi finu a quannu nu te manca, te la godi senza pinzieri e quarche fiata te ne ‘mbriachi e faci puru dannu all’autri cristiani.

 Liberi! Damiano e Ignazio dalle ristrettezze di celle umide e buie, scavate nella nuda roccia, spelonche non dissimili dalla grotta sottostante dalla quale risaliva il profumo del mare e il debole sciacquettio delle onde. Ci erano rimasti per pochi giorni, forse una settimana, forse meno; ricordarlo era impossibile. Incatenati alle dure pareti di roccia, nel buio assoluto interrotto una volta al giorno dalle torce dei vivandieri: quel bagliore, pur tenue che offendeva i loro occhi disabituati alla luce; un gradino di roccia per letto, non c’era neanche la compagnia di un topo con il quale intessere una relazione che potesse dare il senso della vita e del tempo che scorre. Lì il tempo non scorreva, era come un macigno incombente che ti teneva sospeso in attesa dell’inevitabile fine che sarebbe arrivata come una liberazione. Invece era arrivato Alcide e avevano respirato a pieni polmoni il debole vento fresco della notte spirante dall’alto della serra, avevano rivisto le stelle e una sottile falce di luna illuminare il cielo e brillare sul mare nei riflessi intermittenti delle onde, chiarori flebili che non offendevano l’occhio disabituato alla luce, eppure sufficienti a mostrare il mondo, la linea di costa, la massa scura della serra, il cavo accogliente della tartana che li portava lontano dall’incubo nero e privo di dimensioni delle segrete in cui erano stati ristretti.